[21/12/2008 @ 20:14]   [everyday life, science]

Ringrazio il Corriere per la deliziosa notiziuola secondo cui uno dei tre virus che assaliranno migliaia e migliaia di persone quest'inverno è stato appena isolato qualche giorno fa.
Bene.
Quindi ciò che mi fa stare rinchiuso in casa da una settimana intera - no, giusto per saperlo - che diamine sarebbe?
Significa che rischio con tutta tranquillità di prendermi anche questa benedetta australiana e le sue sorelle?
Oh, come sono felice. Già a me piace tanto il Natale... 
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[02/04/2008 @ 11:11]   [music, books, science, random thoughts]

SHABDA

[Tre minuti e cinquantasette secondi. E le casse sono accese]

Diversi secoli fa, in Asia: nel Madhyandina, parte del Libro Bianco dello Yajur-Veda, appare una parola che i traduttori in tempi molto recenti identificheranno con Dio: quella parola è Shabda.
Altrove i più insigni sacerdoti della religione Vedica identificano Shabda con il discorso, la parola, ed è eterno.

[I momenti di estasi, ci insegnano gli asceti, possono durare giorni. O possono durare solo pochi, miseri, indimenticabili secondi, come ci insegnano le nostre emozioni]

Da lì all'accezione esoterica il passo è breve: Shabda diventa "il Suono continuo vibrante del creato" che può solo essere ascoltato dall'orecchio interno.
Mettendo insieme la tradizione e l'esoterismo, qualcuno sostiene che quel suono di sottofondo del creato sia nientemeno che Dio Stesso.

[Quanto sarà rimasto ancora? Due minuti e trenta secondi?]

VI secolo a.c.: un greco di nome Pitagora, geometra, matematico, numerologo e astrologo sostenne che il movimento dei corpi celesti  che ruotavano intorno alla terra nelle loro sfere, erano scandito attraverso rapporti coincidenti con gli intervalli musicali.
20 secoli più avanti, Occidente medioevale: quello che Pitagora aveva intuito era comunemente diffuso e ben noto con il termine di Musica Universalis. Keplero ne fece il concetto fulcro del suo Harmonices Mundi:

"I movimenti celesti non sono altro che una continua canzone a molte voci, percepite non dalle orecchie ma dall'intelletto, una musica immaginata che descrive scenari nell'incommensurabile flusso del tempo"
.

1054 d.c.: esplode una supernova nella nebulosa del granchio, costellazione del Toro, 7000 anni luce da qua, 70 milioni di miliardi di chilometri. Al suo posto resta una pulsar, in rotazione su se stessa al ritmo di 30 giri al secondo. Il derviscio celeste nella sua danza emette onde radio ad ogni suo giro e sulla terra i radiotelescopi ascoltano il suo sussurrare eterno.

Nel vuoto - questo è certo - il suono non si propaga, di musica non ce n'è. L'armonia - quella della mente dello shabda vedico o quella celeste di Pitagora e Keplero - è infinita e costante nel tempo e nello spazio. E noi, capaci solo di sparigliarla non appena possibile, almeno godiamocela, o cerchiamo di farlo, grazie a chi attraverso la musica cerca di ricomporla per noi.

On Air: Shabda - Mike Oldfield (Music Of The Spheres - 2008)

 

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[22/12/2006 @ 09:19]   [science, random thoughts, lucifer s garden]


Morire dev’essere come addormentarsi dopo l’amore, stanchi, tranquilli e con quel senso di stupore che pervade ogni cosa
Piergiorgio Welby

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[27/11/2006 @ 00:26]   [science]

DANNATA CHIMICA

Ventnoir partecipa a un convegno. Un convegno in cui, in presenza anche di giornalisti e alunni delle scuole superiori (insomma, non esattamente per soli addetti ai lavori) si parla di Information & Communication Technology nel campo dell'industria chimica. Si parla, tra le altre cose, di come si possano mettere assieme la grande C di comunicazione e la grande C di Chimica. Giusto, giustissimo, specie per far capire alla gente che la tanta vituperata chimica è tutt'altro che cattiva.
Il moderatore, colto da tanto entusiasmo, non ci pensa due volte:
"Vero! Dobbiamo sempre portare avanti gli sforzi per unire la grande C di Comunicazione e la grande C di Scienza!".
Perbacco, anche quando di chimica se ne vuole parlare bene, i lapsus son dietro l'angolo. E va bene, se per parlarne bene la si deve nascondere sotto le più generiche spoglie di scienza, che sia.
Ma almeno quando si gioca in casa, che si faccia uno sforzo!
 

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[25/01/2006 @ 14:56]   [science]

KISS-BABBLE

Diverse testate, tra cui Corsera e Libero.it, hanno riportato ed evidenziato gli importanti risultati ottenuti da Frau Ingelore Ebberfeld, sessuologa ricercatrice all'università di Brema, in merito alla differenza di significato del bacio per gli uomini e per le donne.
Tali risultati, secondo la Ebberfeld e i suoi commentatori, sono evidentissimi: su 514 persone coinvolte nell'indagine, di età tra i 16 e i 91 (!) anni, a dire di baciare volentieri è stato il 56% delle donne contro il 44% degli uomini; durante l'atto sessuale le differenze in fatto di baci si minimizzano: il 9,7% delle donne e il 10,7% degli uomini non bacia mentre scopa durante il coito.Da tutto ciò Frau Ebberfeld ne deduce che "Le donne danno molta importanza ai baci, mentre gli uomini potrebbero farne benissimo a meno".
Senza voler fare l'uomo di scienza a tutti i costi, mi permetto di fare due appuntini.
1) Il campione è formato da persone tra i 16 e i 91 anni. Visto che la ricerca tra le altre cose sottolinea come il bacio scateni tempeste ormonali, sarebbe stato il caso di dividere le età in categorie molto più specifiche e raffrontare uomini e donne poi nelle medesime fasce di età (e  magari chiedere al/alla 91enne se si ricordava ancora cosa fosse un bacio appassionato).
2) Su un campione di 514 persone, la differenza tra il 56% (donne) e 44% (uomini) è francamente risibile, e non da nessuna autorizzazione a giungere a conclusioni come quelle sopra riportate.
Ma Frau Ebberfeld non si accontenta: sostiene che le sue tesi siano supportate da un sondaggio condotto tra le prostitute. Queste solo in minima parte si fanno baciare e pertanto prova come per le donne il bacio sia considerato "sacralmente intimo". Manca tuttavia una medesima ricerca fatta su escort e prostituti: la Prof. Ebberfeld credo rimarrebbe stupita nell'avere da loro risposte non molto dissimili dalle omologhe colleghe.
Insomma, per l'ennesima volta, cercando di avere un supporto "scientifico", si cerca di dimostrare che uomo e donna siano mondi a parte e quasi totalmente estranei, specie se si fa riferimento all'intimità e alla sessualità. Ho il timore che la comunicabilità fisica delle proprie sensazioni e di ciò che ne deriva sia molto più una questione di intelligenza personale e di profondtà di un rapporto che non biologica: ci sono uomini che passerebbero le loro ore a non far altro che baciare (non negatelo) e per i quali la ricerca di altro è una questione molto più psicologica dovuta al fatto che socialmente la conquista, anche sessuale, di una "preda" viene considerata conquista anche in ambito sociale. Detta in altre parole, se racconti in giro, tu uomo rude, che sei un grande amante delle ore passate a baciarsi su un divano, agli occhi del mondo fai la figura del pirla. Cosa che per le donne usualmente non accade (ma anche qua c'è da discutere sulle fasce di età).
Per cui se il fine della ricerca è quello di venirmi a raccontare che che per le donne e per gli uomini il sesso può avere valenze diverse, ringrazio Frau Ebberfeld (52 anni ed una evidente menopausa galoppante) ma me ne ero già accorto da solo e nemmen vagamente. Se il fine invece è quello di dimostrare che uomini e donne sono biologicamente diversi in maniera tale da farsi piacere il baciare in maniera totalmente diversa (senza peraltro dimostrarlo coi numeri!) mi dispiace ma non la bevo.
Ma visto che sono umano e tollerante offro una soluzione conciliante per affrontare e superare il problema: passerò il resto dell'esistenza a baciare persone del mio stesso sesso così non mi pongo il problema la prossima volta che capiterà di baciare qualcuna cercherò di sgombrare il campo dagli equivoci confessando senza pudori il mio amore per i lunghi baci infiniti ed appassionati. Non me la darà più, ma almeno mi sarò tolto la soddisfazione di contraddire queste nuove bio-sesso-puttanate.
Limonate gente, limonate.

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[16/09/2005 @ 03:08]   [books, science]

LA SCIENZA AL SERVIZIO DELLA CULTURA

Leggo sul quotidiano "Il Foglio" di Lunedì 12 settembre che è appena uscito negli US l'imperdibile tomo "Perché gli uomini hanno i capezzoli? Centinaia di domande che faresti a un medico solo dopo il terzo Martini".
Si sentiva certo il bisogno - ammettiamolo - di avere risposte significative su domande fondamentali riguardo il senso della vita quali: "E' vero che l'organo sessuale maschile si può rompere?", "I tampax si possono perdere dentro?", "Lo sperma fa ingrassare?", "Masturbarsi causa cecità? Balbuzie? Peli sul palmo della mano?" "Grandi mani, grande...? Grandi piedi grande...? Grande naso grande...?" e via così.
Ma se le domande sono soltanto un compendio delle peggiori e più banali stupidaggini in merito a sessualità e dintorni, le risposte lasciano spiazzati davanti a così erudite argomentazioni. Così, se vi siete mai chiesti (o chieste...) perchè andando a letto con un uomo che portava disinvoltamente un polacchino numero 45 costui non sfoggiasse altrettanta generosità nelle parti intime e non vi siete dati risposta adeguata, vi viene in soccorso nientemeno che il British Journal of Urology: si legge infatti che una Equipe di scienziati si è presa la briga di misurare al millimetro pene e piedi di 104 volontari col risultato di non trovare - udite udite - alcuna corrispondenza tra le misure dei due tratti anatomici. Attendo con ansia i risultati in merito a mani e nasi, ma ho come il sospetto di sapere già il risutato di tale sforzo.
Ah, e voi coi palmi delle mani irsuti e voialtri che avete gli occhiali a fondo di bottiglia e anche voi - sì proprio voi - che nonostante le notti passate davanti ai porno avete le mani lisce come dei bimbi, siate felici: una pubblicazione sul Journal of the American Medical Association ci informa che "venire" per più di 21 volte al mese riduce sensibilmente il rischio di cancro alla prostata. Bene così: migliaia di gigabyte su gigabyte non sono stati scaricati invano...

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[04/07/2005 @ 02:39]   [science]

LE COSE CHE NON VI HANNO DETTO

Di leggende metropolitane nel mondo alimentare/farmaceutico ne esistono tante, troppe e nel corso dei miei (inutili) anni di studio nei quali mi sono sudato la mia bella laurea (di quelle lunghe) ho avuto modo di incrociarne un po'. Tra i mie tanti sospetti  c'era anche quello della utilità presunta della Vitamina C nel combattere i raffreddori. Sono uno dei più grandi consumatori di fonti di vitamina C sulla faccia di questa terra (agrumi, meloni, ananas, peperoni, spinaci etcetera etcetera) eppure tutti i santi inverni che il Vostro Dio manda in terra mi ritrovo col raffreddore lì che mi aspetta come il casello di Melegnano per tutti i vacanzieri nordici di ritorno dal mare.
E una volta preso, non c'è vitamina C che me lo faccia passare, o quanto meno me lo allevii.

I sospetti sono stati confermati e supportati da una base seria, finalmente: tal Robert Douglas della Australian National University di Canberra ha raccolto i dati delle ricerche scientifiche in materia eseguite nell'ultimo trentennio. Bene, il risultato è che non esiste evidenza alcuna riguardo al fatto che l'assunzione di vitamina C abbia effettivamente un qualche beneficio per la cura/prevenzione dei raffreddori.

Per cui, quando quest'inverno dopo avere rumorosamente starnutito per l'ennesima volta qualcuno vi offrirà una stucchevole caramellina agli agrumi dicendovi che vi farà stare tanto - ma proprio tanto - meglio, potrete tranquillamente guardarlo dritto nelle palle degli occhi e rispondergli sonoramente: "Non dire cazzate, non serve a nulla. Me l'ha detto VentNoir".

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[14/06/2005 @ 23:17]   [history, science]

IL GIARDINIERE DI CAPE TOWN

Non è semplice vivere in Sudafrica a cavallo degli anni '30-'40. Se poi hai la sfortuna di essere negro quella non semplicità si tramuta in un vero e proprio inferno. Hamilton voleva frequentare il liceo a quell'epoca, ma 14 anni sono sufficienti per far pensare ai tuoi genitori, nel paese di Ngancane, che di tempo per studiare ne hai avuto abbastanza e che è ora di sbattersi in mezzo alla polvere e trovare un lavoro.  Così Hamilton parte per la capitale, Città del Capo, a cercare soldi, casa e - forse - un po' di fortuna. Trova lavoro - un bel lavoro per un negro - all'università: viene assunto come giardiniere e mette in ordine i campi di gioco per i bianchi che giocano e fanno sport. Bene così, pensa Hamilton, meglio non mi sarebbe potuto andare.

Il 3 Dicembre del 1967, Denise Darvall ha 25 anni e sta tornando a casa. Chissà cosa aveva fatto fino a quel momento in quella giornata. Fatto sta che ha fame e allora si ricorda di quella "bakery" (o come diamine la chiamano in lingua locale) dove fanno i dolcetti, quelli buoni e pieni di crema. Si ferma davanti al negozio e scende dalla macchina insieme a sua madre. Nel negozio non arrivano mai: attraversando la strada vengono falciate da un'auto che della loro presenza non s'è minimamente accorto. La madre di Denise muore sul colpo. Lei no, lei è ancora viva e di corsa l'ambulanza la porta al Groote Schuur, l'ospedale di Città del Capo. Il referto non lascia speranza: fratture varie al cranio, estese lesioni al cervello. Dopo poche ore viene dichiarata clinicamente morta. All'ospedale della città lavora un ambizioso dottore, Christiaan Barnard e con la sua equipe vuole provare a fare quello che fin lì nessuno aveva osato fare se non nei romanzi: espiantare il cuore di un paziente clinicamente morto ed impiantarlo nel corpo di un grave cardiopatico. Terry O'Donovan guida l'equipe di espianto, Barnard lo impianterà in quello di Louis Waschkansky, bianco, professione droghiere e poche ore di vita rimaste. E' un successo, anche se Waschkansky morirà 18 giorni dopo per una infezione. Era possibile. Milioni di malati in ogni angolo del mondo potevano sperare grazie all'intraprendenza di quelli che in molti consideravano un novello creatore di Frankenstein. Era possibile.

Hamilton stava probabilmente mettendo a posto gli attrezzi da lavoro quando capitò dalle sue parti Robert Goetz. Il Dott. Goetz faceva esperimenti sugli animali da laboratorio e aveva bisogno di qualcuno che pulisse le gabbie, desse da mangiare agli animali e mettesse in ordine il laboratorio quando occorreva. Era il 1954 e il Dott. Goetz, ebreo rifugiato in Sudafrica dalla vecchia Europa, scelse proprio lui, Hamilton, così in ordine e così preciso che sembrava proprio adatto - avrà pensato Goetz - per il suo laboratorio. Talmente diligente e talmente volenteroso, che Goetz lo mise a curare le macchine di cui faceva uso per i suoi esperimenti, dapprima quelle più semplici, poi quelle più complesse. Finché passati che furono 5 o 6 anni, Hamilton - Hamilton Naki, precisamente - dimostrando una passione e un talento non comune si ritrovò con un bisturi in mano e insieme a Goetz si dilettò in esperimenti di trapianti di organi su cavie e cani, cercando di ottenere qualche buon risultato. Dopo qualche anno il Dott. Barnard, luminare di cardiochirurgia, di ritorno dagli Stati Uniti aveva bisogno di un assistente di grande talento. La scelta cadde nuovamente su di lui, Hamilton Naki, il ragazzo nero di Ngancane, che a lui rimase fedele nel corso degli anni, operando nella sua equipe non da assistente semplice ma da leader del team, lui che aveva appena il diploma di terza media.

Quel 4 Dicembre 1967, si dice che Hamilton Naki, a capo della squadra affidatagli da Barnard,  espiantò il cuore di una giovane ragazza clinicamente morta dopo un incidente stradale. E Terry O'Donovan? Quello il cui nome soltanto fa venire in mente il bravo ragazzo coi capelli rossi, gli occhi verdi e delle meravigliose lentiggini sparse qua e là sulle guance paffute? Ah sì, è lui che è passato alla storia per l'espianto, il primo nella storia della medicina che sia mai stato portato a termine. Hamilton Naki, negro nella Sudafrica dell'Apartheid, secondo i registri locali era soltanto l'umile giardiniere che teneva a bada il prato dell'Ospedale di Cape Town, nel cui interno dei bianchi sarebbero passati alla storia.  

Hamilton Naki 1926 - 2005

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[VENTNOIR]
Agnostico, radicale, sognatore.
Ma, soprattutto, nero e senza zucchero.

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