[26/09/2008 @ 23:39]   [everyday life]

L'Umanità Standard (e solo quella)

Il quotidiano Libero nell'edizione di venerdì 24 propone un articolo a dir poco agghiacciante.
Apparentemente il problema è serio, si parla di malattie: quella in questione si chiama Adhd (Attention Deficit Hyperactivity Disorder, Disturbo da Iperattività e Deficit di Attenzione) e colpisce solo negli USA 9-10 milioni di statunitensi. Se ne parla in maniera grave e si elencano i sintomi: scarsa attenzione, impulsività, disorganizzazione, tendenza a perdere le cose, tendenza a rimandare gli impegni, labilità mnemonica, difficoltà a portare a termine un incarico. Le persone affette - continua l'articolo - si possono riconoscere in maniera inequivocabile dal fatto che i fogli sulla scrivania e i files nei computer si mostrano terribilmente disordinati.
Altro che Alzheimer, quindi, la descrizione lascia pensare che diverse persone senza nemmeno rendersene conto siano affette da grave patologia. Tanto che l'FDA, l'ente di controllo sugli alimenti e sui farmaci statunitense, ha già approvato farmaci in grado di combattere questo problema.
Poi si scopre altro.
Si scopre che i poverini spesso dimostrano di "avere senso artistico, intuitività, empatia, inventiva, capacità di provare entusiasmo e di appassionarsi alle cose". Non solo, ma i poverini in questione spesso si mimetizzano nella società cercando lavori che nascondano la loro malattia. Che tragedia: mi raccomando, curiamoli.
Ironia a parte lascia esterrefatti sapere che le differenze caratteriali e comportamentali debbano essere curati irrita e non poco: sa di standardizzazione e di omologazione. Perché se è vero che i sintomi di cui sopra se portati all'estremo rischiano in effetti di essere un problema, ho ragione di credere che i numeri di tali casi estremi siano ben diversi e che chi abbia la scrivania in disordine non sia da mandare in analisi o da imbottire di farmaci. E mi chiedo a chi possa giovare tutto questo allarmismo: voglio liberarmi dal troppo facile cliché dei produttori di farmaci che istigano al consumo dei loro prodotti e voglio invece provare a pensare che forse è un modo attraverso il quale qualche corporazione americana si è trovato per inventare nuovi lavori e nuove opportunità a chi prima non ne aveva, facendo di una semplice caratteristica personale, così sgradita alla gente pignola e noiosa, un disturbo da curare.
Per fortuna l'articolo mi regala anche sorrisi involontari: si dice infatti che gli adulti afflitti da questo disagio sviluppino tra varie tendenze autolesionistiche una naturale inclinazione al divorzio: grazie, ma da chi ha "capacità di entusiasmo e di appassionarsi alle cose" me lo aspettavo. Eccome.

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[22/09/2008 @ 15:20]   [everyday life]

The Ultimate Boston Pics Collection

Disordinata, non editata, senza didascalie keywords, confusa e incomprensibile come peggio non potrebbe essere, ecco - finalmente per la gioia di tutti - l'inutile album di foto relativo a Boston. Ci mette un po' a caricarsi, abbiate pazienza [ad usum populi: se cliccate sulla foto o sul link sopra, magari l'album riuscite ad aprirlo).
E per eventuali delucidazioni, chiedete pure.

Seguiranno, forse, ancora più confusi e inutili album riguardanti New York e P'town.

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[11/09/2008 @ 14:50]   [everyday life]
LA BUONA EDUCAZIONE

 

Avete un teenager? In casa, dico. Allora è il caso che vi aggiorniate sui loro modi di fare e comunicare e vi mettiate al loro livello, le cose non potranno che migliorare.
Così la pensa un gruppo no profit britannico, Parentline Plus, il quale ha lodevolmente allestito un intero sito internet per affrontare la questione, farcendolo di notizie utili, numeri di emergenza e gruppi di supporto online. E per affrontarla ancora meglio, il gruppo ha pensato bene di insegnare ai genitori le parole che usano i figli, per evitare incomprensioni e migliorare gli skills linguistici dei matusa* allestendo un dizionarietto in apposita sezione. Tra le parole, 133 per ora, che ogni buon genitore non può non sapere per non perder
e contatto con gli adorati pargoli rientrano hash (hashish) coke (cocaina) crunk ("crazy drunk" ubriaco fradicio) nonché altre amenità per ragazzi un po' meno scapestrati. La trovo un'ottima idea, a patto che i genitori non prendano passivamente il vocabolario ma lo usino solo per riconoscere un certo linguaggio.

 

"Figliuolo, quante volte ti ho detto che devi chiedere al pusher la cocaine e non la coke? Sii educato col signore..."

 

E già che ci siamo: visto che nei miei mid-thirties comincio seriamente a far fatica a comprendere i miei mattutini giovani compagni di vagone, non sarebbe il caso di farne uno anche in italiano? Magari mi aggiorno un po'.

 

* Bei tempi, gli anni '80. Quando allegavano alle riviste i glossari per capire come parlavano i giovani di allora, che soprattutto al nord adottavano termini importati dalla generazione dei paninari. Ecco, matusa per genitori era uno di quelli. Mi chiedo se ci sia ancora una singola persona che oggi parlando tra amici, anche ubriachi, si riferisca più a loro in questo modo.
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[04/09/2008 @ 13:12]   []

(NOT SO) FAR AWAY

Ricordo che quando prenotai casa a Boston, a Marzo, ebbi a esprimere le mie riserve sul fatto la casa si trovasse nel North End, ovvero la locale Little Italy. L'idea - qualcuno tra chi legge se lo ricorderà - di fare migliaia di chilometri e ritrovarmi tra processioni di nostrane Madonne e altre amenità italo-kitsch non mi metteva esattamente di buon umore, benché fossi comunque curioso.

Il primo giorno, diretto verso casa, il tassista si ferma prima della meta prevista: oltre non si può procedere - ci dice - c'è la festa del quartiere. Pago il taxi e m'incammino con le valigie attraverso le vie della festa, la celebrazione di Sant'Agrippina di Mineo, prima di quella serie di feste estive di cui avevo qua precedentemente scritto: perfetto stile da sagra paesana, l'evento è un susseguirsi di bancarelle stracolme di pasta, italian sausages e dolci nostrani. La festa converge verso di lei, la Santa, esposta ai passanti e curata a vista dalle signore badanti sedutele ossequiosamente dinnanzi.

Il giorno dopo la Santa sarebbe stata portata in processione accompagnate dalle bande locali per le vie del quartiere, seguita da pochi (quasi nessuno a dire il vero) fedeli e dagli occhi dei turisti un po' stupiti un po' divertiti.
Impossibile - però - non esserne un minimo affascinati: perché una cosa del genere immersa nell'architettura e nella gente del luogo è comunque da vedere; perché osservare con quale ostinazione le seconde, terze e quarte generazioni di italiani continuino profondamente a rivendicare le loro origini e le loro tradizioni è - ne sono convinto - un patrimonio culturale di valore indiscutibile, soprattutto va al di là di Madonne e affini (la Pausini e la lirica nei ristoranti, foto in cui si celebra la vittoria della Nazionale di calcio ai passati mondiali etc..). La sensazione finale è piuttosto lontana dal temuto kitsch. Forse perché - come dicono gli italo-americani del luogo e come confermano anche altre fonti - si tratta della Little Italy più italiana d'America, ben di più di quella Newyorkese ormai stritolata da Chinatown e rimasta in piedi quasi solo per ragioni turistiche.
Qualche giorno dopo - contrariamente alle mie ferree regole di viaggio che mi impongono di evitare qualsiasi cosa italica quando sono all'estero - mi sono fatto tentare da quella che si ritiene essere la migliore pasticceria di tutta Boston "Mike's Pastry". Situata - indovinate un po' - sulla principale via del North End, la pasticceria sforna ogni sorta di ben di Dio italiano e americano: cannoli siciliani, sfogliatelle (anche giganti, chiamate lobster tail), biscotti, torroni, marzapane, cheesecake e molte altre cose. Non è raro vedere per le strade della città persone andare in giro con il tipico box della pasticceria bianco e blu legato con del semplice spago, così come non è raro vedere code chilometriche all'ingresso del negozio. Bisognava provarla.
Così è stato, ma la selezione è stata dura: alla fine la scelta è caduta su un cannolo al cioccolato, una maxi-sfogliatella e un chocolate chip cheesecake. Non immaginate lo stupore del sottoscritto nello scoprire che gli acquisti erano - a dir poco - deliziosi. Paradossalmente la cosa meno buona era proprio l'americanissimo cheesecake.
Un'altra lieta sorpresa da parte di una città che me ne avrebbe riservate riservate ancora tante prima del viaggio di ritorno.

[ Ma Boston - per fortuna - è molto altro: i grattacieli del financial district, i quartieri "britannici" del Back Bay, le prestigiose università di Cambridge, le aragoste vendute a poco prezzo in ogni ristorante e pub della città, i vecchi markets del centro, i richiami alla Rivoluzione sparsi in ogni angolo e molto di più. Decisamente un peccato andarsene. A breve le altre foto. ]

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