5 stanze popolate da 100 personaggi. Nella Reggia di Venaria Reale, a Torino, dall'ingresso fino alle Sale di Rappresentanza, il Marchese e la Marchesa di Caraglio, il cuoco, i lavapiatti, i cacciatori e gli araldi tra gli altri raccontano la vita di corte diretti dal regista inglese Peter Greenaway (I Misteri dei Giardini di Compton House, Il Cuoco, il ladro, sua moglie, l'amante, I racconti del Cuscino). Sui muri delle 5 stanze vengono proiettati i personaggi che si raccontano, parlano di intrighi, usanze, segreti e virtù.
E così la visita alla Reggia diventa occasione anche per fermarsi ad ascoltare la vita di corte di quattrocento anni fa. A dar vita ai personaggi troviamo volti noti: Ennio Fantastichini, Ornella Muti, Martina Stella, Alessandro Haber, Matteo Sbragia, Luciana Littizzetto e Piero chiambretti tra gli altri. Ne esce un bellissimo affresco vivente, godibilissimo da vedere, interessante da ascoltare in quanto non didascalico (come ci si potrebbe aspettare da una rappresentazione in un luogo del genere) ma grondante vita vissuta dell'epoca.
Molto riusciti in particolare i pezzi delle cucine, in perfetto stile Greenaway, in cui un cuoco tiranno narra le attività principali delle cucine e i gusti dei Marchesi, la Sala della Caccia, in cui durante le 24 ore rappresentate in un'unica immagine proiettata a 180° tutti i protagonisti della caccia raccontano la loro passione. A richiamare il pubblico poi è stata soprattutto la partecipazione di Luciana Littizzetto, che nella parte di una Nobil Signora spettegola sui partecipanti al ricevimento della corte sabauda.
Alla mostra fa seguito la pubblicazione del catalogo edito da Volumina: lì i 100 personaggi vengono fotografati uno ad uno e così ognuno di loro finisce per essere un quadro. Accanto ad ogni foto, in italiano e in inglese, il personaggio molto brevemente racconta e si racconta. Un acquisto che è valso la pena fare.
Ricordate. Non si vive
senza aria per tre minuti
senza acqua per tre giorni
senza cibo per tre settimane
senza amore per tre anni.
Tre più tre più tre più tre fa dodici,
il numero di mesi in ogni anno per il resto della vita. (il cuoco, nelle cucine della reggia)
Per saperne di più (mettete in pausa il radioblog!):
Tre anni e non sei cambiato (quasi) per niente. Tre anni e tanta bella gente che passa e - soprattutto - ripassa: curiosa, critica, appassionata, ma la ritrovo qua, di tanto in tanto. Come in quel vecchio bar in cui si vedon le facce di sempre.
Niente facce, qua, solo firme digitali.
Nessuna cifra da capogiro, ma dopo quasi 250 post, 1400 commenti, e quasi 30.000 visite posso guardare sia indietro che avanti soddisfatto ed esclamare di buon grado: auguri blog, tre anni portati splendimente. E sono soltanto i primi tre.
Domenica scorsa, tra un thé e un caffè in una giornata di riposo pressoché totale, mi imbatto nella lettura di qualcosa di curioso, forse anche perché alcune cose mi hanno ricordato il caro protagonista del post precedente.
Leggo infatti di un nuovo (?) concetto di vita che pare stia prendendo particolarmente piede negli States ultimamente, e che come tutte le mode americane si stia diffondendo a macchia d'olio un po' in tutto il globo. E' la moda dei Freegan, termine derivato da "Free Vegan", setta di individui vegani (cioè strettamente vegetariani) che ha unito a questa filosofia quella di vivere riciclando le cose degli altri, a partire dal cibo.
Sì, perché l'approvvigionamento, secondo i loro canoni, parte dal rovistare nella spazzatura degli altri - case, scuole, ospedali, negozi - cercando qualcosa di "buono". Non solo, anche gli spostamenti da un lato all'altro della terra devono essere liberi e a basso impatto sociale/ecologico: rifiutando le macchine, essi desiderano andar in giro saltando su treni merci, chiedendo passaggi in autostop (perché la macchina propria inquina, ma quella degli altri va benissimo) e facendosi lunghe passeggiate. Poi la casa, ovviamente: quale casa? Quelle che sono disabitate, occupandole, no?
Una volta si chiamavano scrocconi o travellers o barboni, oggi - Signori - si chiamano Freegan. Evviva.
La trama, tratta da un romanzo basato sulla vera storia di Christopher Johnson McCandless, è cosa ormai nota anche a chi il film non lo ha visto: un acculturato e benestante ragazzo georgiano in crisi di identità, cerca il senso della propria vita nella solitudine della natura con l'Alaska come meta finale. Troverà per strada persone diverse, luoghi impervi e le bellezze della natura. Troverà infine anche l'Alaska. Infine...
Into the Wild è stato ben visto e ben voluto un po' da tutti. Il film effettivamente è suggestivo, e le spericolate avventure del ragazzo vagabondo, sempre col suo solare sorriso sulla faccia offerto con disinvoltura ad ogni viandante insieme a stralci di filosofia e pillole di vita solleticano l'immaginario dello spettatore, che in quella stessa fuga dalla vita di ogni giorno un po' ci si vorrebbe trovare. E la regia asseconda questo sentimento in maniera del tutto sublime, regalandoci ogni meraviglia di questo percorso, negli alti e nei bassi, nella gioia e nei dolori.
Però, tolta la suggestione, cosa rimane? Rimane da chiedersi il perchè raccontare la storia di Chris McCandless. Perché devo arrivare a 2 ore e mezzo di film per arrivare a scoprire che la felicità va condivisa? Perché dovrebbe farmi riflettere sui grandi temi dell'esistenza, la scelta di uno squinternato e sprovveduto presunto-bohemienne incapace di affrontare i problemi in casa propria? E ancora, chi non si è posto gli stessi problemi che il film stesso pone - il rapporto con la società, l'individualismo, la voglia di affrontare se stessi in un ambiente che non sia quello della casa natìa - ?
Se lo scopo del film fosse il mettere in guardia dal ragionare (e comportarsi) come il protagonista, un senso lo avrebbe. Peccato che già il libro parla del McCandless in toni apologetici, e Sean Penn purtroppo non cambia molto il tono. E nonostante il finale sia poco da inventare - il protagonista aveva già pensato da solo a scriverselo - il film comunque riesce a chiudersi dispensando indulgenza.
*** (Warning: Spoiler!) ***
Ma chi è Christopher McCandless? Chris è un ragazzo come tanti altri, con i suoi molti problemi e le sue alterne fortune. Vive in una agiata famiglia georgiana, ha un pessimo rapporto col padre e un buon legame con madre e, soprattutto, sorella. Ottiene una laurea, e pare abbia molti interessi, tra cui un amore infinito per le opere di scrittori come Thoreau e London. Chris, che mal sopporta le imposizioni della società, molla tutto, regala 25000 bigliettoni in beneficenza, e senza un soldo, una cartina, vestiti, kit di primo soccorso e quant'altro una persona con tutta la voglia di libertà di questo mondo ma con un minimo di cervello si porterebbe dietro parte verso il nord, verso l'Alaska (salvo arrivarci dopo qualche deviazione su suggerimenti altrui). Gira, vede gente, fa cose, finché - giunto alla meta - trova un autobus usato da cacciatori di passaggio e vi si stabilisce.
Stufo e denutrito, dopo due mesi cerca di tornare indietro, ma il torrente che superò ad inizio primavera nel frattempo è diventato un fiume in piena. Morirà di fame (e non coadiuvato dall'avvelenamento come mostra il film) dopo avere scoperto che cacciare non è la cosa più semplice di questo mondo. Quello che non aveva scoperto (chissà perché, poi) è che, dopo avere fatto centinaia e centinaia di miglia per arrivare fin lì, a sole 6 miglia il fiume poteva essere attraversato, e poco più in là una autostrada. Ma forse sarebbe stato troppo un divagare dalla ricerca del suo Io interiore...
Accadeva nel 1992. Cosa è rimasto oggi? Quello stesso autobus, rimasto lì dov'era, oggi è meta di un continuo pellegrinaggio di ammiratori ed emulatori, per la scarsa gioia delle guardie forestali locali. Che nell'ultimo decennio hanno visto moltiplicarsi le persone che come McCandless cercano di sopravvivere in condizioni estreme.
A cercare cosa? Non c'è abbastanza solitudine nella vita di tutti i giorni? Da cosa si fugge? Da chi si fugge? E soprattutto, perché fuggire? Perché decidere di non affrontare un problema per quello che è? Solo per cercare sé stessi? Qualcuno dice "son ragazzi". Ci sono ventunenni (a questa età il Nostro partì all'avventura) che si ammazzano cercando il senso della vita in un tozzo di pane. "E allora?" - direte voi - "son scelte". Scelte più che legittime. Purché non ci si faccia una apologia e purché non si faccia passare quel modello come eroico, ché di eroica ha solo la follia.
Già avere una moglie laureata in Storia è un oltraggio da dimenticare. Figurati se s'azzarda a ricevere amici o presunti tali.
A Shahryar - da qualche parte in Iran - il marito di Zohreh Kabiri-Niat probabilmente non vedeva l'ora di pizzicare la moglie in atteggiamenti sospetti. Deve averle provate tutte, finché non ha deciso di mettere una telecamera a circuito chiuso nella propria camera.
Cosa videro i suoi occhi! Puttana. Anzi puttane, perché con lei c'era anche la sorella Azar entrambe in compagnia di uomini e il video lo dice chiaramente: li hanno ricevuti in casa. Ora sì che questo signore si spiega come mai la moglie non se lo filava più e dava segni di insofferenza.
Denunciate. Al tribunale di Ferdis, nella regione di Karaj in Tribunale si discute e ci si indigna. Hanno confessato di avere ricevuto uomini, le puttane. Nessun atteggiamento ulteriore, per carità, le immagini della telecamere non mostrano nulla più di una semplice visita amichevole. Ma chissà cosa avrebbero potuto combinare.
Condannate: ad attenderle la galera e 99 frustate. Fine? Neanche per sogno. Perché diversi chilometri più in là, nella capitale Teheran un altro Tribunale e un altro giudice le vogliono giudicare. La scusa? I documenti del primo processo si sono persi. Le puttane, Zahreh e la sorella (la quale è stata difesa dal marito che però nulla può contro il volere dei potentissimi giudici), sono di nuovo sotto processo.
E qualche giorni fa la sentenza, definitiva.
"La Legge di Hodoud contemplata dal codice penale prevede - tra le altre cose - che l'adultera venga sepolta fino al collo (art. 102). Devono essere scelte delle pietre non troppo grosse in modo da non uccidere il/la condannato/a dopo pochi colpi ma neanche così piccole da poter essere definite sassolini, devono causare serie ferite. Il tutto alla presenza dei familiari più stretti, in modo che ne facciano preziosa memoria."
Zohreh e Azar sono state condannate a morte per lapidazione. La sentenza deve essere ratificata nei prossimi giorni dalla Corte Suprema.
Facile unirsi al coro dell'indignazione. Molto più facile fare spallucce e proclamare che non è affar nostro.
Divulgare questo orrore spero sia di una qualche utilità.