PER NON DIMENTICARE (NON SOLO PER UN GIORNO ALL'ANNO)
Ormai se ne parla pochissimo. Sempre meno. Incredibilmente. Paradossalmente se ne parla meno oggi di 15-20 anni fa, quando i sieropositivi erano molti di meno. E' passato di moda, l'AIDS? Eppure i casi sono in crescita allarmante: sono sempre di più i sieropositivi eterosessuali, convinti forse che il problema non li riguardi (o che riguardi soltanto chi abusa di rapporti occasionali di ogni genere e grado); aumentano tra le donne, che forse si sono sentite da sempre toccate relativamente poco dall'argomento; è ripresa la crescita del numero dei sieropositivi tra gli omosessuali, i quali dopo avere imparato - a forza di martellamenti mediatici e dell'ecatombe continua di amici, conoscenti e fidanzati - che era buona abitudine usare i preservativi e non fare i coglioni hanno riscoperto le - momentanee e discutibili - gioie del bareback (e in generale del sesso non protetto). Perché si è smesso di parlarne? Forse perché oggi si muore di meno grazie ai pesantissimi cocktail di farmaci sviluppati nei recenti anni? E' un buon motivo? E' un buon motivo questo per non vedere da tempo campagne di qualsiasi genere per ricordare che il problema c'è, esiste ed è concreto? E' fastidioso, specie in questo periodo di piena controriforma clericale, parlare di sesso anche quando questo riguarda la possibilità di salvare qualcuno/a da anni di sofferenze?
Eppure anche in questi giorni si parla tanto, e a vanvera , di salvaguardia della vita: allora prima di ricordarcelo perché sarà colpito un parente, un(')amante vecchio o nuovo, un amico più o meno lontano o in ultimo anche noi stessi, cominciamo a ricordare che domani Giovedì 1 Dicembre 2005 è la giornata mondiale per la lotta all'AIDS. A che serve? A ricordare e a far riflettere. Dopodiché, cerchiamo di ricordare e far riflettere anche nei restanti 364 giorni dell'anno.
Al riparo dal freddo glaciale che regnava per le strade cercai di trovare conforto e calore in un paio di birre, nel solito pub che da anni mi vedeva affezionato cliente. Abbarbicato sul bancone, un uomo se ne stava tra i suoi pensieri, anche lui una birra. Anni passati a parlare col primo che passa quando non c'era altri cui rivolgersi e ascoltare anche le più improbabili storie erano sufficienti a darmi la sfacciataggine necessaria per chiedere quali pensieri quell'uomo cercasse di affogare nell'alcol e cosa gli rendesse lo sguardo vuoto e perduto chissà dove. Ride. Anzi no: sorride. Ma non parla. Alla seconda birra di entrambi (lui era arrivato prima ma io avevo ampiamente recuperato lo svantaggio) fu lui a rivolgersi a me e a chiedermi se avevo voglia di leggere una lettera. Una lettera che lui aveva trovato, dice, tra vecchie carte in cui da decenni non metteva mano e di cui aveva dovuto occuparsi a causa dello sfratto che gli avevano ingiunto, il quale lo aveva costretto a raffazzonare tutto ciò che aveva e ad andarsene da casa. La mia curiosità è quasi proverbiale: risposi affermativamente a quella richiesta quasi prima ancora che avesse terminato di raccontarmi da dove venisse quella lettera. La carta era imbrunita, le parole scritte a mano da una persona che pareva conoscere bene la calligrafia. Quel che riporto può non essere letterale ma l'essenza è senz'altro da ritenersi rispettata:
In un tempo non troppo lontano, percorrendo una strada che non avevo ancora conosciuto in una terra di cui mi erano state soltanto narrate le gesta di abitanti e frequentatori mi fermai tutto d'un tratto dinnanzi ad una figura del tutto simile a ciò che verrebbe descritta come una Sfinge. Per un motivo a me allora ignoto Ella mi pose davanti ad una scelta alla quale non era mia facoltà sottrarmi. La prima opzione: vivere nel deserto, solo con i granelli di sabbia, le dune e qualche oasi che durante il mio cammino avrebbe rinfrancato la mia vista con la sua bellezze, avrebbe rinvigorito il mio fisico con ciò che ha da offrirmi, avrebbe rasserenato la mia mente grazie alle persone che la frequentano. Il cammino sarebbe stato faticoso, sfiancante, non privo tuttavia della possibilità di giungere, se ne fossi stato in grado, ovunque riuscissi ad arrivare. La seconda opzione: vivere nella sfarzosa Città dei Simili, tra le cui mura non c'è che l'immensa bellezza della natura rigogliosa e uomini e donne che condividono le mie stesse passioni, gioiscono per gli stessi motivi per cui io gioisco, piangono per gli stessi motivi per cui io piango. Tutto il giorno per tutti i giorni. La città è chiusa da enormi mura invalicabili e le presunte uscite (mai nessuno si dice ne uscì) sono precedute da intricati labirinti sulle cui pareti si ripetono in maniera apparentemente infinita lodi al Grande Architetto e diffide al tentativo di sfidarlo. Scelsi la prima delle due opzioni. Al mio interlocutore sembrava assurdo ma scelsi il deserto, i granelli di sabbia e le oasi alla Città dei Simili. Quando mi chiese il perché di tale scelta risposi fermamente che vivere con le briciole della vita vera sarebbe per me stato molto meglio che avere tutta la torta da consumare all'interno di un ghetto. Essere protetto da quattro mura possenti e dalle cure dei miei doppi in attesa di morire non è quello che io voglio aspettarmi dalla vita. Cercarmi le briciole e godere di averle conquistate: questo è di certo ciò che un giorno mi avrebbe fatto morire contento.
Avrei sinceramente gradito sapere il seguito, se quella persona in punto di morte abbia rinnegato o meno la sua scelta, se dopo anni di ricerche sotto il sole battente avesse mai rimpianto la Città dei Simili. Il mio compagno di birra non seppe dirmi chi fosse in realtà lo scrittore di quella lettera. Di certo la pelle bruciata e lo sguardo stanco mi suggerirono che proprio lui avesse scritto quelle memorie, e che facendomele leggere almeno avesse comunicato a qualcuno il suo percorso e con esso avesse affermato la validità della sua scelta. Il vecchio volle restare ancora lì, al caldo del pub e dell'alcol, avrei voluto chiedergli ancora tante cose ma per me era ora di mettermi il cappotto e di uscire di nuovo al gelo della strada, sperando di averne abbastanza per arrivare alla prossima oasi. O al prossimo pub.
Mi ci mancava la verginità di Mastella. Non mi ero ancora ripreso dagli annunci pubblici riguardo la bisessualità dell'On. Alfonso Pecoraro Scanio e nemmeno dalle confessioni di Cecchi Paone riguardo ai suoi teneri rapporti con l'amico del cuore. Adesso mi tocca leggere sul Corriere della Sera che Clemente Mastella, leader dell Udeur, ha fatto il coming out. Che scoop! Anche Clemente da Ceppaloni ha "l'amico del cuore"? Macché, che avete capito? Lui, che vuole sempre fare l'originale, ha rivelato (perché glielo han chiesto, dice lui) di essere arrivato vergine fino al matrimonio, a 28 anni. Perbacco! Abbandonati immantinente i propositi di immergermi nell'editoriale del giorno o nel colto elzeviro di terza pagina dinanzi a cotanta prova di giornalismo-verità mi addentro nell'articolo (Domenica 13 novembre, pag. 19) e scopro perle preziose. Scopro la virtù di un uomo che annuncia ai quattro venti che mai ballando con una compagna di scuola si sarebbe azzardato a "metterle una mano sul di dietro". E che, nonostante fosse un uomo avvenente [sic!] si tenesse lontano dalle tentazioni tanto che la sua cara mamma si sforzava per accertarsi che lui fosse "buono". Si avete letto bene: "buono"... Al Cardinale Ruini di certo sarebbe sgorgata una lacrima a leggere di tanta virtù. Ma San Clemente vuole diffondere miracoli: "Provò pure a catechizzare un gay" si legge. Un controllore che rimase fulminato dalle bellezze del 18enne Clemente e che gli avrebbe confessato "Quando incontro un uomo come lei, sono perduto". Trasecolo. Ma il furbacchione pare essersi rifatto, perché "Tradire si può". Ritrasecolo. "Le donne capiscono subito se oltre una storia può esserci qualcosa di più". Ah! Della serie: "Sposatevi pure, e se vi capita di far corna, purché sia una botta e via: vostra moglie ne sarà contenta!!" Non rimangono che le perle di saggezza di San Clemente da Ceppaloni: "Consiglio ai ventenni di non sciupare il senso dell'attesa" dice Clemente.
"Consiglio ai ventenni di non sciupare un voto all'Udeur" suggerisce Ventnoir.
"In un mondo mutevole e ormai privo di verità rassicuranti, in cui non esiste né Dio né Satana, non esistono vere punizioni né premi, né Paradiso né Inferno, e neppure una pratica tangibile della giustizia o un codice morale di riferimento, in un mondo in cui i matematici affermano che due più due non fa necessariamente quattro - è forse di qualche conforto pensare che la tavola periodoca degli elementi offre delle certezze." [Peter Greenaway]
Otto personaggi si sono mossi nelle stanze del museo d'Arte Contemporanea di Villa Croce, a Genova, nel passato weekend. Otto personaggi, i Figli dell'uranio, provenienti da epoche differenti che interagivano raccontando le loro storie, uniti da un unico filo conduttore: l'uranio, appunto. Già, perché secondo Greenaway l'uranio e la sua scoperta ha sconvolto per sempre irrimediabilmente il corso della storia. Otto attori hanno interpretato Isaac Newton, fondatore della scienza moderna; Joseph Smith, il fondatore dei Mormoni che cercando l'oro scoprì proprio l'uranio; Madame Curie, che scoprì e studiò approfonditamente il fenomeno della radioattività; Einstein, fondatore delle teorie sulla relatività; Oppenheimer, che sviluppò la bomba atomica pentendosene pubblicamente; Krusciov, leader dell'Unione Sovietica durante la guerra fredda; Gorbaciov, personaggio chiave del "disgelo" tra le grandi potenze nucleari di allora; George W. Bush, uomo ossessionato dalle armi di distruzione di massa altrui e proprie. Otto personaggi che si si sono mossi in modo indipendente nelle otto stanze insieme agli spettatori, i quali sono obbligati a cercare il loro filo conduttore, a inseguire i personaggi, a seguire i colloqui surreali tra Bush e Kruscev, tra Madame Curie e Joseph Smith. E non è cosa semplice, perché si ha sempre l'impressione di perdersi qualcosa, si ha l'impressione di perdersi il fluire delle loro storie. Personalmente ho dovuto vederlo due volte per riuscire ad avere un'idea (pallida) dell'intreccio delle loro storie e ho l'impressione nemmen troppo vaga di essermi perso più di qualcosa. D'altronde Peter Greenaway l'ha sempre detto: "Io credo che i film o qualsiasi opera d'arte debbano essere fatti per essere visti un numero infinito di volte. Così che uno possa ritornarci sopra più e più volte, anche non necessariamente subito, ma dopo un certo periodo di tempo e vedere non solo nuove cose ma anche vedere le stesse cose sotto un punto di vista diverso."(*) Impreziosita dall'arte calligrafica dell'artista texano trapiantato in Belgio Brody Neuenschwander, l'opera si è rivelata unica, difficile da seguire e sicuramente insoddisfaciente per chi si è limitato a seguire una sola volta le storie dei personaggi. Affascinante e irripetibile per chi si è seduto ad ascoltare Marie Curie, a ballare con Einstein, a seguire il delirio di pura angoscia e i rimorsi di Oppenheimer e così via. Da vedere e da rivedere.
--Over an acre of ground lay dead and dying people
(In una Agenzia del Lavoro) -Buongiorno. -'Giorno. -Ho visto che state cercando tecnologi alimentari per un'azienda da queste parti. -Beh sì però... -Però? -Abbiamo messo l'annuncio però non abbiamo nessuna informazione in materia. E poi sa, la ricerca non è nient'affatto urgente, per il momento raccogliamo curriculum... -(vagamente irritato) Ah, ok, allora vi lascio il mio.
(Dopo avere compilato quattro fitte pagine di modulo in cui mi si chiedeva di tutto, ci mancava giusto cosa mi piacesse fare a letto)
-Ecco fatto. -Ah bene, ha compilato tutto? -Sì -Mi lascia anche una copia cartacea del suo CV? -Sì, ovvio. -Ok, benissimo. Allora ci richiami lei tra 2-3 settimane. -SCUSI?? Vi devo richiamare IO?? Ma non le fate voi le selezioni? -Si ma sa, ha risposto talmente tanta gente che noi di sicuro non riusciremmo mai a richiamare tutti (e impila il CV su un cumulo di pratiche manco fosse l'ufficio dell'INPS) -Ho capito perfettamente. Arrivederla. -Salve!
Che la lotta per il pane quotidiano sia una guerra ad armi impari mi sta anche bene. Di vagare a vuoto come un idiota alla ricerca di chissà che cosa comincia a darmi un tantino sui nervi. E non credo di essere l'unico, affatto. E credo che ogni ulteriore commento sia vagamente superfluo.
(Chi si fosse perso le Conversazioni colloquiali #1 può recuperare leggendo qua)