Questa volta niente storie da coffee shop quando piove, come direbbe sharirabu. Per una volta le storie, in musica e in testi, le faccio raccontare agli altri. Come già ho scritto qua e là in precedenti post, questo è l'anno delle pubblicazioni di CD di tutti gli artisti che più sono stati tra le mie grazie nell'ultimo decennio o poco più. Così dopo i VnV Nation e Al Stewart, sono arrivati a quattro giorni di distanza i nuovi lavori di Enrico Ruggeri e Mike Oldfield. E siccome non vedevate l'ora di sapere cosa penso in materia, eccovi - giubilate! - i miei preziosi pensieri sui succitati.
Ascoltare un nuovo CD di Oldfield è operazione a volte problematica. Da chi ha fatto la storia della musica ci si aspetta sempre grandi cose, e a volte le attese sono ampiamente deluse. Salvo in alcuni casi attendere di averlo ascoltato 4 o 5 volte per scoprire che, per quanto non un capolavoro, il CD non è affatto male, anzi (fu il caso, per capirsi, di Guitars e di Tubular Bells III). Dall'inizio del nuovo millennio Oldfield, con Tr3s Lunas, aveva dato segni di deriva chill out mettendo insieme pezzi assai blandi, anonimi e del tutto ordinari (quelli adatti, per capirci, a sottofondo qualunque di una qualunque sala d'attesa di uno studio dentistico). Il primo impatto del doppio "Light And Shade" (il primo cd "light" e il secondo "shade" appunto) sembra far credere che il trend sia sempre quello. E invece non è del tutto così: si scopre sembra esserci la volontà di far coincidere le atmosfere elettroniche (dalla new age di "Light" alle ambientazioni più "techno" di "Shade") con il suono delle chitarre e del piano (anche se in alcuni pezzi è evidentemente "sintetico" mentre in altri è il suo Steinway originale) che sono la sua forza e che hanno caratterizzato la carriera strumentale dell'Oldfield apprezzato in tutti gli angoli del mondo. Ciò detto, per quanto sia ben migliore dell'opera precedente, non manca di difetti anche gravi: come il francamente inascoltabile rifacimento di "Romance", brano per chitarra classica di un anonimo spagnolo che Oldfield rifà in salsa techno-andante. Come è difficile cercare di fare l'abitudine alle voci sintetiche del Vocaloid, software in grado di riprodurre qualcosa di somigliante a una voce umana: non so ancora se ascoltando "The gate" devo mettermi a ridere o trovarlo carino...vi farò sapere. E infine manca di picchi, ovvero tende ad essere, specie nel primo dei due CD, eccessivamente omogeneo, e alla lunga noiosetto. Non mancano però le belle cose: "Blackbird", una gemma, "Tears of an Angel" e "Angelique" sono pezzi che dimostrano come creatività e brillantezza siano ancora nascosti, da qualche parte, nella testa di chi più di tutti mi ha regalato emozioni in musica a non finire. In sostanza, un doppio CD che non mi delude e al contempo non mi entusiasma - meglio di quanto pensassi visto il trend - che piacerà tantissimo agli amanti delle ambientazioni "new age" (a cui anzi va consigliato), a quelli che non sanno cosa mettere in sottofondo quando sono a casa con il/la fidanzat*, o a coloro che hanno bisogno di sana musica per addormentarsi di notte. Piacerà meno a chi ha ammirato l'Oldfield d'annata anche solo di una decina d'anni fa (Tubular Bells II e The Songs of Distant Earth), i quali però, dopo il comprensibile shock causato da alcuni pezzi, ascoltando certe tracce (Ringscape tra le altre) potranno consolarsi riconoscendo che buona parte del grande Mike è ancora viva e vegeta.
Io non so se, come dicono in molti, Enrico Ruggeri sia come il vino, ovvero invecchiando migliora. Fatto sta che tutte le volte che compro un nuovo lavoro del 48enne artista milanese non ne rimango mai deluso. Anche quando da un disco all'altro cambia completamente genere, o quando in altri, come questo, unisce il Ruggeri-rock a quello più compassato degli ultimi CD. E si ha sempre la certezza di ascoltare testi - anzi no, storie - mai banali che spaziano dalla critica alla cultura americana (L'americano medio) all'Italia del dopoguerra (Paisà), dal primo amore (La prima volta) a quello per la madre scomparsa (Quando sogno non ho età). E il viaggio tra le storie che racconta è accompagnato dalla sua band, sempre straordinaria, che suona pezzi mai monotoni e mai scontati. Ed è accompagnato dalla sua voce: quella sì, come il vino, invecchiando migliora, coinvolgente oggi come non lo era vent'anni fa. Unico neo: della versione "jazz" de "il fantasista" non ne sentivo proprio il bisogno. Ma dopotutto, dopo avere ascoltato le bellezze di "Trash", di "Il romantico aviatore" o del "Perduto amore" gli si concede tutto, ma proprio tutto.
La tragedia della vita non è che finisce troppo presto. E' che noi cominciamo a viverla troppo tardi, quando non abbiamo più le forze, o la possibilità, per farlo
La storia del ciclismo è una storia fatta spesso di eroi. Di uomini che hanno mosso gli entusiasmi della gente valicando passi come camosci, o che hanno mosso il cuore e la compassione perchè dopo uno scatto si piantavano sui pedali, venivano sorpassati e non riuscivano a ritrovare la pedalata nemmeno con l'incoraggiamento della folla. E poi quelli che si involano nelle discese, quelli che cadevano ad ogni curva pericolosa o quelli che "va forte ma tanto domani alla cronometro si prende 10 minuti". Ma ci sono altri ciclisti, ci sono i pistard, oggi quasi dimenticati ma che ieri scaldavano il pubblico con le loro sfide, ai tempi del grande Maspes e dei fasti del velodromo Vigorelli a Milano.
Sergio Bianchetto, negli anni '60, era una celebrità del ciclismo su pista. Aveva vinto a Roma l'oro nella velocità, a Tokyo quello del tandem. Ma a Tokyo poteva andare meglio, perché Bianchetto partiva favoritò nella velocità. Ed era riuscito anche ad arrivare in finale. Ma aveva vinto "l'altro" italiano, Giovanni Pettenella detto Vanni, che la spuntò dopo 25 minuti di appassionante e memorabile surplace. A Varese, quattro anni dopo, luglio 1968, ebbe lugo la rivincita. Ancora loro, ancora uno contro l'altro, pronti per un altro sprint, pronti per l'ennesimo surplace.
La gara comincia e dopo due dei tre giri previsti, lentissimi, Bianchetto si ferma sulla parabolica. Pettenella lo vede e si ferma un poco più sotto. Inizia il surplace, massacrante come tutti i surplace, i contendenti immobili con la coda dell'occhio rivolta una verso l'altro, sotto gli occhi del pubblico. Il pubblico: a Varese, quel giorno di luglio, il caldo è soffocante, e se dapprima la folla si appassiona, applaude, al passare del tempo c'è chi comincia a sbuffare. Non sapevano questi che il surplace sarebbe durato ancora a lungo. Non lo sapeva nemmeno la RAI, che per ben tre volte, Nando Martellini alla telecronaca, si è collegata sperando di riprendere in diretta quella volata finale. Ma Bianchetto e Pettenella sono ancora lì, ad aspettare che l'altro accenni uno scatto, una mossa, per andargli dietro e bruciarlo sulla linea d'arrivo. Fa caldo, e la pista in cemento del velodromo di Varese restituisce a chi ci sta sopra un calore insopportabile, ma nonostante questo il record del mondo di Maspes, un'ora in surplace al Vigorelli nel '55, è in pericolo. Anzi, è battuto, perchè il cronometro dice che l'ora è passata. Poi finalmente, uno dei due sembra muoversi. E' Bianchetto, ha deciso di cominciare lo sprint, forse. Fa caldo, e Bianchetto dopo un'ora, tre minuti e cinque secondi fermo ad aspettare lo scatto si mosse, ma non per iniziare la volata: stremato, barcolla e cade e scivolando a bordo pista sfinito. Giovanni Pettenella, detto Vanni il pollivendolo volante, lentamente si avvia a conquistare un'altra vittoria.
Vago senza meta, mani nelle tasche dei jeans grigi. Passo nel parco e chiedo ad un uomo seduto su una panchina - non lo conosco, ha un impermeabile lercio e si fa chiamare Aqualung - se per caso sa come trovare quel che cerco. "No" - mi dice - "E non ti posso dare il mio. Buona fortuna e lasciami in pace." Vago senza meta, mani nelle tasche dei jeans grigi. Sono stanco, mi siedo a un bar e un uomo - non lo conosco, sicuramente lavora lì e ne ignoro il nome - mi chiede cosa voglio. "No" - mi risponde - "Qua non ne abbiamo. Se vuoi altro bene, altrimenti buona fortuna e vattene."
E cammino. E mentre penso a come ritrovare ciò che ho perduto, vedo facce e sento rumori di coloro che si chiedono perchè taluni preferiscano fare chilometri a testa bassa rimuginando su cosa cercare e dove cercarlo piuttosto che fermarsi un attimo e parlarne un po'. Fossero facce interessate e rumori interrogativi avrei anche avuto la voglia di restare un secondo a spiegare il perchè di tutto questo, ma alle inquisizioni resisto restando in moto finché si può.
Vago senza meta, mani nelle tasche dei jeans grigi. E dopo tanto girare sono quasi a casa quando un uomo - non lo conosco, ha la faccia da psic ed è pieno di tic - mi chiede se può fare qualcosa per me. "Ah no" - mi ribatte - "Posso fare molte cose, darti un consiglio come proporti una cura, ma i tuoi sogni, quelli no: se li hai perduti non te li può restituire nessuno."
Leggo sul quotidiano "Il Foglio" di Lunedì 12 settembre che è appena uscito negli US l'imperdibile tomo "Perché gli uomini hanno i capezzoli? Centinaia di domande che faresti a un medico solo dopo il terzo Martini". Si sentiva certo il bisogno - ammettiamolo - di avere risposte significative su domande fondamentali riguardo il senso della vita quali: "E' vero che l'organo sessuale maschile si può rompere?", "I tampax si possono perdere dentro?", "Lo sperma fa ingrassare?", "Masturbarsi causa cecità? Balbuzie? Peli sul palmo della mano?" "Grandi mani, grande...? Grandi piedi grande...? Grande naso grande...?" e via così. Ma se le domande sono soltanto un compendio delle peggiori e più banali stupidaggini in merito a sessualità e dintorni, le risposte lasciano spiazzati davanti a così erudite argomentazioni. Così, se vi siete mai chiesti (o chieste...) perchè andando a letto con un uomo che portava disinvoltamente un polacchino numero 45 costui non sfoggiasse altrettanta generosità nelle parti intime e non vi siete dati risposta adeguata, vi viene in soccorso nientemeno che il British Journal of Urology: si legge infatti che una Equipe di scienziati si è presa la briga di misurare al millimetro pene e piedi di 104 volontari col risultato di non trovare - udite udite - alcuna corrispondenza tra le misure dei due tratti anatomici. Attendo con ansia i risultati in merito a mani e nasi, ma ho come il sospetto di sapere già il risutato di tale sforzo. Ah, e voi coi palmi delle mani irsuti e voialtri che avete gli occhiali a fondo di bottiglia e anche voi - sì proprio voi - che nonostante le notti passate davanti ai porno avete le mani lisce come dei bimbi, siate felici: una pubblicazione sul Journal of the American Medical Association ci informa che "venire" per più di 21 volte al mese riduce sensibilmente il rischio di cancro alla prostata. Bene così: migliaia di gigabyte su gigabyte non sono stati scaricati invano...
C'era un esercito in guerra, anni fa, ed era il mio esercito. Un esercito a volte poco unito, restio ad affrontare compatto un nemico.
A capo dell'esercito resistevo, tra avanzate e arretramenti sulla linea del fronte, agli attacchi e alle insinuazioni delle Vostre armate nel mio territorio.
Dopo tanto resistere - Ve lo rammento - questa guerra la vinsi. Grazie ad un alleato, certo, ma la vinsi. E vi ricacciai indietro senza volere niente da Voi, né uomini né terra: Voi volevate la mia e io Vi ho sconfitto.
E da allora, nonostante avessi potuto andare ben oltre, ho smesso la tuta mimetica e l'ho mandata in soffitta, andando per le strade tra la gente in abiti civili, io fiero di loro e loro orgogliosi di me.
Sono cambiate tante cose da allora, sono cambiati gli scenari. L'alleato che mi aiutò a vincere non c'è più e più ne vuol sapere di condividere progetti comuni. Ma se è Vostra intenzione prendere agio da questa situazione lasciate che sia chiaro: non ci provate.
Perché nonostante io abbia fatto una promessa - la tuta mimetica non la metto più - l'esercito è sempre in allerta, e come allora non ve ne farò passare una. Nemmeno una. E questo anche se in guerra io, personalmente, non ci tornerò. Vi sia chiaro.