[29/06/2005 @ 20:30]   [everyday life]

OMMADAWN

Ab yul ann I dyad awt
En yab na log a toc na awd
Taw may on Ommadawn egg kyowl
Ommadawn egg kyowl

In pausa pranzo, M., segretaria d'azienda, si lamenta: lei, 23enne, e il fidanzato, 24enne scioperato fino all'altrieri, sono senza soldi.
Hanno ragione, è un problema: l'anno scorso sono andati a S. Domingo, sai dopo la Tunisia ci voleva qualcosa di chic. Quest'anno volevano andare a Cuba e non sanno se ce la fanno.
Poveracci. E' proprio vero che le disgrazie sono dietro l'angolo. E poi il fidanzato è una palla al piede: non esce se non due/tre volte alla settimana, altrimenti rimane a casa, il pantofolaio.

Ab yul ann I dyad awt
En yab na log a toc na awd
Taw may on Ommadawn egg kyowl
Ommadawn egg kyowl

Leggo il giornale, rinchiuso in ufficio con l'aria condizionata al massimo: la gente muore per le strade, turbe di individui si accalcano a razionare l'acqua che ormai non sgorga più dai rubinetti. Piano piano, uno dopo l'altro - leggo sul giornale - , i condomini rimangono senza luce.
Lì, nell'ufficio, la gente sembra serena, ride e scherza ma non sa cosa sta succedendo là fuori. Forse non si immaginano nemmeno. Devo dirglielo? Dalle finestre non si vede nulla, ma forse se aguzzo la vista qualcosa dietro al palazzo di fronte dovrei riuscire a vedere. Ah, il radiogiornale... non dice nulla di buono. Il caldo non ha ancora raggiunto le vette più alte.

Ab yul ann I dyad awt
En yab na log a toc na awd
Taw may on Ommadawn egg kyowl
Ommadawn egg kyowl

Si muore di esagerazioni: la gente non ha più soldi per far nulla e "non arriva a fine mese". Eppure spendono tutti, tutti i giorni, ovunque. E non hanno nemmeno una vaga idea di cosa voglia dire non arrivare a fine mese: sul serio c'è gente che fa la fame. Ma la voglia di lamentarsi è diventata insostenibile. Rintronati dai condizionatori tutti muoiono, tutti crepano. Tutti allarmano.

Ab yul ann I dyad awt
En yab na log a toc na awd
Taw may on Ommadawn egg kyowl
Ommadawn egg kyowl

La ragazza in metropolitana, la gonna corta, tiene le gambe aperte e boccheggia dall'afa. Si sventola con un CD di Gigi d'Alessio quando si accorge che le sta colando il trucco dal viso. Con non-chalance, estrae il necessaire per il maquillage dalla pochette e specchiandosi nel CD di Gigi d'Alessio si ricombina la maschera.
Le vere Signore sanno distinguersi dalla massa quando serve.


The cat is in the kitchen
drinking milk
I'm a fool and I'm laughing
I'm a fool and I'm laughing

Molta gente non è pazza (sarebbe un complimento), nè folle, nè sbroccata, nè imbecille ogni volta che apre bocca: semplicemente il caldo dà loro una buona scusa per poter essere idiota senza che nessuno ci faccia troppo caso.

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[24/06/2005 @ 17:37]   [everyday life]

CELESTIAL EMPORIUM OF VIOLENT EVENTS #1

Paul Suzuki si sveglia una mattina di giugno come si sveglia tutte le sante mattine che Dio manda in terra da quando è andato in pensione, una quindicina di anni addietro.
Però quella è una giornata un poco diversa dalle altre, una di quelle dove Paul può dar sfogo ad una delle sue passioni preferite: fare il giudice in importanti eventi sportivi.
Un evento di atletica leggera, in particolare, sport per il quale oltretutto da diversi anni organizza meeting e gare di ogni genere.
Con l'entusiasmo di un ragazzino quella mattina Paul sceglie le sue penne (perchè ogni giudice di qualsiasi sport ha le sue penne preferite), le sue carte, i regolamenti (le sue copie, quelle personali firmata col proprio nome sulla controcopertina) e tutto quanto sia utile per l'evento "buono": già perchè non si disputava mica una garetta quel giorno a Carson in California. Si disputano i Trials, i campionati nazionali statunitensi validi per le selezioni ai prossimi mondiali di Helsinki, in Agosto.
Ed è cominciato tutto da pochi minuti sul campo di gara. Chissà cosa sta segnando sulle sue carte il settantasettenne Paul. Chissà con quale penna sta scrivendo e - soprattutto - a cosa sta pensando.
"Attento!" gli urlà qualcuno nei paraggi.
"Attento!" ripetono tutti, spaventati.
E' un attimo, quello che non ti dà neanche il tempo di chiederti "perchè" e tutte quelle domande buone per un pessimo racconto: il peso scagliato da un lanciatore ignoto lo colpisce alla testa. E lo uccide.

Paul Suzuki si era svegliato una mattina di giugno come si era svegliato tutte le sante mattine che Dio manda in terra da quando è andato in pensione, una quindicina di anni fa circa.
Però quella era una giornata un poco diversa dalle altre.

(La notizia, secca e non romanzata, la trovate qua)

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[22/06/2005 @ 00:25]   [random thoughts]

SUMMER THOUGHT

 

we are in heaven as brothers
dancing in shadows will be no more

we are in December

we reach out hands for each other
trying to save our soul

we are in December


Con tanto di dedica al primo giorno della più brutta stagione dell'anno: mi devo fare una ragione che l'autunno è lontano. Come una ragione mi devo fare di avere nella testa la suddetta canzone. Non penso sia un caso.

E il "cercare le altrui mani vicendevolmente tentando di salvare le nostre anime" mi ricorda, con notevole intensità proprio in questo periodo, l'ossessione che pervade molte persone che popolano la dimensione del mio universo (*): frenetico tentativo raffazzonato di trovarsi, stringersi, strusciarsi e trafficare corpi credendo di trovare un temporaneo conforto... nessuno va da nessuna parte. Tutti uguali, mostriamo tutti di avere quello che vogliamo e non abbiamo trovato nulla. Senza avere salve nè le menti (bruciate) nè le anime (perse):

WE ARE IN DECEMBER

(*) Dovrei avere un blog privato protetto da password per scriverne, ma chi mi conosce e i più fantasiosi sanno bene di che parlo.

[Credits: Pride and Fall - December]

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[20/06/2005 @ 00:46]   [everyday life]

PEARCING

A Castelnuovo Garfagnana, delizioso paese della omonima deliziosa regione nella quale ho avuto il piacere di passare la domenica, degli esperti body modificator infilano delle... PERE sottopelle. Non ci credete? Leggere per credere (e per vedere che il mio Samsung fa delle foto più che decorose):

 

A meno che non mi diate un altro valido significato per "Pearcing", ma temo dovreste essere fantasiosi...

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[14/06/2005 @ 23:17]   [history, science]

IL GIARDINIERE DI CAPE TOWN

Non è semplice vivere in Sudafrica a cavallo degli anni '30-'40. Se poi hai la sfortuna di essere negro quella non semplicità si tramuta in un vero e proprio inferno. Hamilton voleva frequentare il liceo a quell'epoca, ma 14 anni sono sufficienti per far pensare ai tuoi genitori, nel paese di Ngancane, che di tempo per studiare ne hai avuto abbastanza e che è ora di sbattersi in mezzo alla polvere e trovare un lavoro.  Così Hamilton parte per la capitale, Città del Capo, a cercare soldi, casa e - forse - un po' di fortuna. Trova lavoro - un bel lavoro per un negro - all'università: viene assunto come giardiniere e mette in ordine i campi di gioco per i bianchi che giocano e fanno sport. Bene così, pensa Hamilton, meglio non mi sarebbe potuto andare.

Il 3 Dicembre del 1967, Denise Darvall ha 25 anni e sta tornando a casa. Chissà cosa aveva fatto fino a quel momento in quella giornata. Fatto sta che ha fame e allora si ricorda di quella "bakery" (o come diamine la chiamano in lingua locale) dove fanno i dolcetti, quelli buoni e pieni di crema. Si ferma davanti al negozio e scende dalla macchina insieme a sua madre. Nel negozio non arrivano mai: attraversando la strada vengono falciate da un'auto che della loro presenza non s'è minimamente accorto. La madre di Denise muore sul colpo. Lei no, lei è ancora viva e di corsa l'ambulanza la porta al Groote Schuur, l'ospedale di Città del Capo. Il referto non lascia speranza: fratture varie al cranio, estese lesioni al cervello. Dopo poche ore viene dichiarata clinicamente morta. All'ospedale della città lavora un ambizioso dottore, Christiaan Barnard e con la sua equipe vuole provare a fare quello che fin lì nessuno aveva osato fare se non nei romanzi: espiantare il cuore di un paziente clinicamente morto ed impiantarlo nel corpo di un grave cardiopatico. Terry O'Donovan guida l'equipe di espianto, Barnard lo impianterà in quello di Louis Waschkansky, bianco, professione droghiere e poche ore di vita rimaste. E' un successo, anche se Waschkansky morirà 18 giorni dopo per una infezione. Era possibile. Milioni di malati in ogni angolo del mondo potevano sperare grazie all'intraprendenza di quelli che in molti consideravano un novello creatore di Frankenstein. Era possibile.

Hamilton stava probabilmente mettendo a posto gli attrezzi da lavoro quando capitò dalle sue parti Robert Goetz. Il Dott. Goetz faceva esperimenti sugli animali da laboratorio e aveva bisogno di qualcuno che pulisse le gabbie, desse da mangiare agli animali e mettesse in ordine il laboratorio quando occorreva. Era il 1954 e il Dott. Goetz, ebreo rifugiato in Sudafrica dalla vecchia Europa, scelse proprio lui, Hamilton, così in ordine e così preciso che sembrava proprio adatto - avrà pensato Goetz - per il suo laboratorio. Talmente diligente e talmente volenteroso, che Goetz lo mise a curare le macchine di cui faceva uso per i suoi esperimenti, dapprima quelle più semplici, poi quelle più complesse. Finché passati che furono 5 o 6 anni, Hamilton - Hamilton Naki, precisamente - dimostrando una passione e un talento non comune si ritrovò con un bisturi in mano e insieme a Goetz si dilettò in esperimenti di trapianti di organi su cavie e cani, cercando di ottenere qualche buon risultato. Dopo qualche anno il Dott. Barnard, luminare di cardiochirurgia, di ritorno dagli Stati Uniti aveva bisogno di un assistente di grande talento. La scelta cadde nuovamente su di lui, Hamilton Naki, il ragazzo nero di Ngancane, che a lui rimase fedele nel corso degli anni, operando nella sua equipe non da assistente semplice ma da leader del team, lui che aveva appena il diploma di terza media.

Quel 4 Dicembre 1967, si dice che Hamilton Naki, a capo della squadra affidatagli da Barnard,  espiantò il cuore di una giovane ragazza clinicamente morta dopo un incidente stradale. E Terry O'Donovan? Quello il cui nome soltanto fa venire in mente il bravo ragazzo coi capelli rossi, gli occhi verdi e delle meravigliose lentiggini sparse qua e là sulle guance paffute? Ah sì, è lui che è passato alla storia per l'espianto, il primo nella storia della medicina che sia mai stato portato a termine. Hamilton Naki, negro nella Sudafrica dell'Apartheid, secondo i registri locali era soltanto l'umile giardiniere che teneva a bada il prato dell'Ospedale di Cape Town, nel cui interno dei bianchi sarebbero passati alla storia.  

Hamilton Naki 1926 - 2005

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[11/06/2005 @ 15:04]   [music]

KRAFTWERK

Martedì 5 Luglio, al Festival di Villa Arconati (Bollate, MI), arrivano nienetemeno che i Kraftwerk. Alle ultime due persone cui ho riferito la notizia, questa ha fatto il medesimo effetto: "Chi?!?".  In significativa sintesi, i Kraftwerk sono il padre e la madre della musica elettronica. Anzi siccome mi sento poco creativo (*) riporto pari pari la presentazione del concerto riportata sul sito del Festival:

"La band elettronica tedesca più famosa di tutti i tempi. Uomo e tecnologia uniti a formare una sublime armonia: un classico del ventunesimo secolo.
Dalla loro comparsa sulle scene musicali, avvenuta negli anni 70, i Kraftwerk hanno saputo rivoluzionare la musica pop. Con una estetica modernista, i quattro musicisti hanno raccontato in forma di canzone il rapporto amore/odio per le macchine, la tecnologia e i computer.
Nella sua carriera più che trentennale, il quartetto di Düsseldorf è stato continuamente salutato e imitato da ogni generazione di innovatori. Negli anni 70, David Bowie e i futuristi del post-punk professavano alla band la propria devozione. Negli anni 80, i New Order e i Depeche Mode resero loro omaggio andando a suonare sotto i riflettori delle case della techno di Chicago e Detroit . Negli anni 90 e in seguito, sono stati grandi gruppi come U2 e Primal Scream a tenere accesa la fiamma. Nel frattempo, la musica dei Kraftwerk è stata campionata dagli artisti più disparati, da Beck a Jay Z, da Moby fino ai Chemical Brothers. A dispetto delle schiere di loro imitatori, il loro sound unico spicca al di là dei tempi e delle mode. Il fondatore dei Kraftwerk Ralf Hutter la chiama "musica folk industriale".

Concordo in buona parte, anche se trovo fuorviante, per chi non li conosce, la definizione di "rivoluzione della musica pop" per loro che di pop in senso proprio non ne hanno mai fatto.

Note negative: io andrei a vederli MOLTO volentieri ma c'è un problema. Costo del biglietto più prevendita: 36,50€. Io detesto fare quello che si lamenta per questioni relative ai soldi, non è nel mio modo di pensare, non è nei miei principi. Però capisco che siano occasioni piuttosto rare, capisco che non ho mutui da pagare, capisco che lavoro anche per potermi pagare qualche bel concerto ogni tanto, capisco la bella cornice di villa arconati (nella quale tutti gli altri concerti costano 27€...) capisco tutto, ma mi sembra una esagerazione. O sono io che esagero?

(*) Curiosamente, da quando - due giorni fa - ho sostenuto un colloquio per una posizione nella quale mi si chiede di essere fortemente creativo, la mia creatività ha cominciato a rasentare il minimo storico. Non che ne abbia mai avuta da vendere, ma comincio a preoccuparmi.

On air: un estratto di Radioactivity - Kraftwerk (1975)

"It's in the air for you and me..."

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[07/06/2005 @ 22:55]   [everyday life]

GMH – GENETICALLY MODIFIED HUMANS

Ho un vizio, grave e antico: nelle persone cerco la biodiversità. Proprio quella che si cerca di salvaguardare nei fagiolini, nei cavolini di Bruxelles e nei pomodori di S. Marzano. E di cui non frega nulla a nessuno se la specie in pericolo è ogni singolo uomo (fatto e finito).

Non è colpa mia: ero un ragazzino, invero bruttino introverso e incazzato col mondo, quand’ebbi la sfacciata fortuna di incontrare qualche personaggio che cambiò la mia vita. No, non fecero come i fantastici 4 (o 5, non ricordo), non mi hanno imbellettato nè hanno rifatto casa mia nè mi hanno consigliato quale fosse la cosa migliore da mangiare o da mettermi addosso per farmi sembrare un poco più figo.
Apprezzavano soltanto – e con molta naturalezza, che è ciò che realmente conta – quello che probabilmente di buono c’era in me.
Dentro e fuori.
Senza retorica.
Nemmeno un po’.
Incredibilmente dall’oggi al domani scopri che sei una persona apprezzata anche con una ventina di chili di troppo, un paio di occhiali non proprio fini e un sorriso non esattamente durbans.
E che forse non ero io l’alieno su questo mondo: il mondo era mio, e se gli altri – gli alieni – volevano partecipare dovevano conquistare me, e non viceversa.

E siccome la gratitudine nei confronti delle persone che ti insegnano qualcosa è anche perpetuare ciò che loro stessi ti hanno insegnato, mi presi la briga di cercare di fare – col lanternino – le stesse cose, effettuare la stessa ricerca. Cercare di guardare non più in là, perchè non è affatto vero che l'importante è solo come sei dentro – palle cinesi – ma di guardare il tutto e considerare che la gente fosse fatta di un milione di pezzi: 500.000 buoni, 500.000 cattivi. Con la ferma intenzione di godermi i pezzi buoni, tutti, uno per uno.

Risultato? In poco più di 10 anni di ricerca (in cui ho perso i venti chili, ho parzialmente tolto gli occhiali non troppo fini e conservo gelosamente lo spaccato sorriso non troppo durbans da fumatore alcolista) ho trovato la quasi totalità delle persone che ha preferito modificarsi geneticamente perché gli alieni hanno raccontato loro che è meglio essere tutti monoliticamente uguali: belli fuori e strepitosi dentro.
Perfettamente inutili.


A tal proposito mi sovviene una striscia scritta anni fa dallo scrittore Neil Gaiman (noto soprattutto per il fumetto Sandman e le sue collaborazioni con Dave McKean) e disegnata da Bryan Talbot: Gaiman la scrisse in difesa dei diritti degli omosessuali sull’onda di una pessima legge approvata in Inghilterra negli anni ottanta (l’infame Clause 28), ma il principio su cui si fonda si adatta a qualsiasi genere di (bio)diversità.
Si chiama “From homogeneous to honey” e la trovate qua.

(A dire il vero mi viene in mente anche Gattaca, ma questo film un giorno avrà un post tutto suo).

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[03/06/2005 @ 14:02]   [random thoughts, lucifer s garden]

KALEIDOSCOPIC PLEASURES

Nel corso degli anni ho sovente mutato opinione riguardo cose che reputavo assurde: forse è pura consapevolezza che il semplice cambiamento di qualche grado del punto di vista di osservazione
fornisce davvero dei panorami caleidoscopici. Lo sforzo per spostarsi di quei pochi gradi - si sa - è per molti insopportabile, anche per me talvolta: è molto meno faticoso rimanere ben saldi sui consolanti, battuti e conosciuti sentieri che siamo abituati a percorrere convinti sempre che sia il sole a girare intorno alla terra.
E poi anche nel momento in cui quei pochi gradi vengono percorsi, tra i pezzi che compongono la visione dell'immagine nel caleidoscopio ci sono cose che ad essere del tutto sinceri stento anche solo a concepire: così, da modesto esploratore quale sono di pensieri e carne altrui, cerco, trovo, mi interrogo su cosa trovo e siccome sono ancora un bimbo sebbene un po' cresciutello quello che trovo lo guardo, lo tocco, lo mordo magari ci gioco e quando scopro che non lo capisco o è perfettamente inutile lo lascio perdere e ne cerco un altro.
Così, cercando, mi capita di passare sul Deviant Dictionary (inutile spiegare cosa sia e non chiedetemi cosa stavo cercando, ma se vi diverte potete sempre provare ad indovinare) e vedere che il mio caleidoscopio offre altre sfumature inpensabili prima e incomprensibili a prima vista. Quindi si scopre che al mondo essite la dacryphilia, per esempio (che io sappia non ha corrispondenza in italiano, forse dacrifilia?). Cos'è? E' l'eccitazione provocata dal vedere il proprio/la propria partner con le lacrime agli occhi. Di più: esistono dei Role Play in cui a scopo di dominazione e controllo pressochè totale si fa uso dei "nasogastric tubes", le sonde per l'alimentazione che si utilizzano negli ospedali, per capirci.
E che, infine, gli orizzonti e le direzioni sono teoricamente illimitati.

Il caleidoscopio è abbagliante, il bimbo Ventnoir stacca gli occhi e rimane pensieroso col giochino in mano.
Poi sorride, lo lascia per terra e va a raccontare agli amici nel cortile del condominio le meraviglie che ha visto e conosciuto.
Poi gli amici se ne vanno, convinti che il pallone sia sempre migliore degli sfolgoranti giochi di luce. Ne rimane soltanto uno, seduto, impaurito ma con negli occhi un nemmen vago scintillio interessato:
"Giochiamo?"

 

you need a timekiller and you don't understand
I am like quicksand lick it from my hand
I am your timekiller I let your mind expand
I am like quicksand lick it from my hand

[Credits: Project Pitchfork]

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[VENTNOIR]
Agnostico, radicale, sognatore.
Ma, soprattutto, nero e senza zucchero.

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